...è ora di svegliarsi

Cerca nel sito

Iscrizione Newsletter

Seguici su Facebook !

Intervista a Sergio Roic - 3 febbraio 2013

“I vili metodi del Mattino incutevano paura ma Bel Ticino…” – Intervista al candidato Sergio Roic

3 febbraio 2013 (Ticino live)

Il 1° febbraio Sergio Roic è stato designato tra i candidati socialisti al Municipio di Lugano. Oggi è qui con noi, nel “salotto buono” di Ticinolive, per rispondere alle domande del professor Francesco De Maria. E lo fa con grande decisione, convinzione e franchezza. Ecco un candidato che ha capito che in un’aspra elezione bisogna giocare all’attacco! Il giudizio sul merito dell’intervista, ovviamente, appartiene ai nostri lettori. Che non sono tutti – come lo è De Maria – di destra o di centro-destra (almeno si spera!)

Francesco De Maria Alla fine la candidatura è arrivata. Soddisfatto?

Sergio Roic Se si vuole fare politica e ci si crede, anche a livello comunale come è il caso di Lugano, l’opportunità di poter esprimere le proprie idee è sempre benvenuta. Che sia chiaro, però: l’opportunità di esprimere delle idee è legata di più alle mie posizioni, nell’ambito del socialismo, che alla mia persona. Ed è proprio per questo che avevo suggerito la presenza in lista, al posto mio, di due ottime politiche come Chiara Orelli e Raffaella Martinelli.

La lista socialista ora c’è, la valuti spassionatamente. Quanto è forte? Qual è, espressa in %, la probabilità che essa conquisti due seggi?

SR Una lista è forte per quanto riesce a mobilitare il proprio elettorato ad appoggiarla. In più, è tanto forte quanto riesce a convincere, visto il sistema elettorale di panachage, anche simpatizzanti di altri schieramenti ad appoggiarla, per quanto parzialmente. La nostra lista sarà tanto forte quanto riuscirà a cristallizzare delle posizioni a favore della popolazione luganese, posizioni condivise dalla sinistra e accettate da una parte del “centro responsabile”. Conquisteremo due seggi solo se ci sarà una mobilitazione totale in questa campagna elettorale. In ogni caso, non sarà un’impresa facile.

Che cosa rimane oggi del “progetto Martino Rossi”, chiamiamolo così, con i suoi ambiziosi obiettivi?

SR Penso che per “progetto Martino Rossi” sottintenda la strategia della Commisssione cerca del PS Lugano. Questa strategia, in alcuni momenti nodali della ricerca e inserimento in lista dei candidati, a prima vista non ha funzionato. Tuttavia, il modo democratico con cui il PS vaglia le sue candidature – l’ultima parola spetta sempre all’assemblea – fa sì che, a differenza di altri partiti, che presentano “liste chiuse”, da noi c’è stata la possibilità di avere una “lista aperta”. Per varie ragioni, anche molto diverse fra loro, due persone molto conosciute in politica hanno fatto un passo indietro. Ma c’è stato un ampio dibattito attorno a queste scelte, il PS, in questo modo, ha potuto confrontarsi sulle proprie scelte politiche in vista delle “comunali” di Lugano e, in definitiva, le posizioni si sono cristallizzate e definite molto bene dopo una discussione, lo sottolineo, decisamente democratica. In questo modo il partito ne ha guadagnato in chiarezza e obiettivi condivisi.

È vero che il partito (o la sezione) ha offerto un posto in lista a Paolo Bernasconi e/o Alberto di Stefano?

SR Le persone consultate dalla Commissione cerca a partire dall’estate 2012 sono state più di 20. Anche Paolo Bernasconi e Alberto Di Stefano sono stati interpellati.

Di Patrizia Pesenti io ricordo soprattutto una cosa: come fu eletta in Consiglio di Stato nel 1999 alla grande e a generale sorpresa (o forse sorprendendo gli ignari, come me) battendo nettamente John Noseda, che era dato per chiaro favorito. Come mai la sua candidatura a Lugano è stata così duramente osteggiata da esponenti del suo stesso partito? Quali colpe si addebitano a Pesenti? Forse la questione delle Officine? (appartenenza al gruppo AREA)

La candidatura di Patrizia Pesenti non è stata duramente osteggiata dagli esponenti del suo partito. È, invece, corretto dire che la sua posizione, espressa alle “primarie” di Cadro, è stata vagliata politicamente. Un ampio gruppo di dirigenti del PS di Lugano si è riunito a due riprese per elaborare un programma e delle direttive che cristallizzassero la posizione del PS in vista delle prossime elezioni. Patrizia Pesenti non ha colpe. Non si è, però, presentata né alla prima né alla seconda di queste riunioni (sottolineatura della red) rinunciando, così, alla possibilità di contribuire alla linea politica del suo partito.

Pontiggia (prima): “Pesenti vincerà facilmente”***. Cansani (poi): “Pesenti non avrebbe mai vinto!” Pontiggia o Cansani? *** NOTA BENE. De Maria (il giorno prima): “Pesenti vincerà facilmente se non si ritira”.

SR La possibilità di “fare” due municipali, per il PS di Lugano, non è remota ma neppure probabilissima. Il fatto che ci fossero altri candidati forti in lista poteva far presumere alla stessa Patrizia Pesenti, politica di rango ed esperta, che non sarebbe arrivata tanto facilmente prima su una lista come quella del PS Lugano in modo da assicurarsi in tutta sicurezza la poltrona di municipale. Era la favorita, ma non la favorita assoluta e senza competitori validi.

La sera del 1° febbrato lei ha votato la dura risoluzione anti Lega?

SR Non solo l’ho votata, ma l’ho elaborata e proposta, assieme a Martino Rossi, a nome del Comitato di sezione. Tuttavia, vorrei sottolineare, come ha ben spiegato il presidente cantonale del PS, Saverio Lurati, che non si tratta di una risoluzione anti Lega, ma di una condanna politica di modi e metodi inaccettabili in un ambito di politica democratica. Purtroppo (per la Lega) questi modi e metodi inaccettabili sono adoperati proprio della Lega dei Ticinesi, quotidianamente e con totale pervicacia.

Come mai è stata approvata “a maggioranza”?

SR Non vorrei ricordare male, ma mi sembra che, dopo un’ampia discussione, ci sono state sì delle astensioni ma non dei voti contrari. L’ampia discussione testimonia, se ce ne fosse bisogno, che il PS discute le proprie linee politiche prima di approvarle.

Alcuni vi accusano di essere letteralmente OSSESSIONATI dalla Lega, a un punto tale che riuscite a esistere solo in contrapposizione ai vostri “inaccettabili” avversari, concedendo loro pertanto… un enorme vantaggio! Io ad esempio la penso così.

SR Questo è francamente un luogo comune, se non una provocazione. Alla Lega dei Ticinesi, nei venti e più anni di esistenza, è stata spesso e volentieri lasciata la possibilità di fare il bello e il brutto tempo non solo per quel che riguarda le proposte politiche (e qui, nulla da eccepire, naturalmente, siamo in democrazia), ma soprattutto per quel che concerne le regole della competizione politica (regole minime di rispetto e di civiltà in un dibattito pubblico e democratico, regole calpestate mille volte dalla Lega stessa). In politica l’opposizione a metodi inaccettabili conta, vero? Un solo esempio fra i mille che si potrebbero citare: in vista delle ultime “cantonali”, Giuliano Bignasca va in tv partecipando a un dibattito in prime time. Ad un certo punto salta su e minaccia: “Se la Magistratura ticinese oserà dirmi qualcosa a proposito della copertina ‘Rom Raus o campi di lavoro’ del mio giornale, prenderò il bastone e andrò a bastonarli”. Reazioni???

Lei è membro di Bel Ticino? Come valuta i risultati sinora ottenuti da questa associazione?

SR I risultati, vista la nascita recente dell’associazione e la relativa disponibilità di mezzi a disposizione, sono eccezionali. Bel Ticino ha rimesso al centro del dibattito ticinese la questione della civiltà in politica e in società. I vili metodi del “Mattino della domenica” e degli altri media leghisti fino a poco tempo fa incutevano, in molti, paura e, di conseguenza, sopraggiungeva la rinuncia a partecipare al dibattito pubblico. Bel Ticino ha fatto in modo che ciò non accadesse più e col tempo sono sopravvenute posizioni chiare e pubbliche di numerosi personaggi di peso e valore di cui il Ticino va fiero che hanno criticato duramente i metodi e i modi inammissibili di certa “comunicazione” leghista, modi e metodi che spesso sconfinano nello squadrismo di triste memoria. Accanto alle menti illuminate del Cantone, molti altri ticinesi hanno espresso pubblicamente la loro ferma condanna di detti metodi.

Lei frequenta il Tavolo della crisi? Ritiene che esso possa contribuire a risolvere i gravi problemi di una piazza finanziaria minacciata? Oppure la giudica un’operazione con fini elettorali?

SR Ho potuto partecipare agli interessanti incontri del Tavolo della crisi in due occasioni. Le seconda volta, su preciso mandato dell’associazione con cui collaboro, “Globus et Locus” di Milano. Si è trattato, in ogni modo, di discussioni interessanti che, credo, preludono a una possibile sintesi in grado di produrre strategie per affrontare la crisi del mondo finanziario. Per quel che riguarda la seconda parte della sua domanda, ogni operazione che concerne elementi importanti di una comunità può essere ritenuta “con fini elettorali”, nel senso di promuovere un ampio dibattito sul tema in vista di elezioni, in questo caso importanti. Forse Marco Borradori, che si è messo la “corona del re” al carnevale, non ha fatto un’operazione elettorale? Però fra il Tavolo della crisi e una comparsata al carnevale con una corona in testa ce ne corre, in termini di serietà e di impegno…

Il PLR ha due anime, lo sanno anche i paracarri. Anche il PS ha due anime? Se la risposta è sì, ce le descriva.

SR Il PS, non solo in Ticino ma in tutta la Svizzera, è il partito della solidarietà, dell’antirazzismo, della democrazia e dell’attenzione ai ceti maggiormente esposti della nostra società. Come in ogni grande partito nazionale, vi sono posizioni e sfumature diverse, che permettono, comunque, la costruzione di una “casa comune” condivisa. Certo, fra gli aderenti del PS vi sono coloro che prediligono posizioni socialdemocratiche riformiste in sintonia con una tradizione europea ben radicata, vi sono pure coloro che puntano maggiormente su tematiche di critica sociale e di presa di distanza dalle politiche di concordanza ad ogni costo. Il PS svizzero, e non solo quello ticinese, media ogni giorno tra questo tipo di posizioni. Se dà un’occhiata ai dibattiti, ad esempio nei social network, dei simpatizzanti socialisti, troverà tante idee, tante discussioni, molte sintesi e, soprattutto, tanto socialismo. Noi non abbiamo paura del dibattito.

Il Mattino della Domenica, che non la ama, mette spesso in dubbio la sua qualifica di scrittore. Ma noi sappiamo che lei lo è realmente. Ci parli della sua attività letteraria.

SR Sono autore di alcuni romanzi e raccolte di racconti, oltre che di tre libri intervista con personaggi molto interessanti, che mi hanno fatto crescere intellettualmente: il dissidente russo Aleksandr Zinov’ev, lo scrittore ex jugoslavo Predrag Matvejevic e il politico italiano Piero Bassetti, il Gran Lombardo. Per quel che riguarda la narrativa, il mio ultimo romanzo pubblicato, “Il gioco del mondo” (Opera Nuova, Lugano), ha avuto un certo successo in Ticino ed è stato inserito fra i venti romanzi svizzeri consigliati da Pro Helvetia per una diffusione all’estero. La versione italiana del “Gioco del mondo”, “Achille nella terra di nessuno” (Zandonai, Rovereto) mi sta impegnando in un tour di promozione in Italia. Inoltre, è in uscita il romanzo “Omaggio a Paul Klee” (Zandonai), in cui tematizzo la xenofobia presente anche in Svizzera e le parti migliori della società elvetica, che la combattono. I personaggi Carlo Frutiger, Delphine, sua moglie, Federica, la figlia, Peter Andina “Il Topo”, il blogger Nobody sono, a mio avviso, quanto di meglio possa offrire il paese in cui ho scelto di vivere, la Svizzera.

Lei è arrivato in Svizzera che era un ragazzino. Come le apparve questo nostro paese? E come ha “costruito” la sua vita in questa nostra società, per lei diversa e nuova?

SR Un paese di montagne! E di laghi! E presente nella letteratura russa, che leggevo avidamente sin dalla tenera età. Ho conosciuto la Svizzera a Brissago, guardando ogni giorno il Lago Maggiore dalla finestra della mia camera, e nei numerosi weekend con mio padre, mia madre e mia sorella: giravamo in auto la Svizzera per conoscerla. Poi, col passare del tempo: i quadri svizzeri di Turner, gli scritti svizzeri di Hesse, Jean-Jacques Rousseau, Paul Klee… Sono sempre stato uno svizzero – ho il passaporto rossocrociato da più di vent’anni, ormai – che guarda al mondo. Ho lavorato per il “Corriere del Ticino” e poi a Milano, in Italia. Ho viaggiato per il mondo toccando tutti i continenti forte del mio essere slavo d’origine e svizzero di adozione: l’amore per le lettere combinato ai diritti e doveri della, probabilmente, più evoluta democrazia al mondo. Ed è per questo – quando sono stato invitato a occuparmi, in Svizzera, di politica – che ho deciso di difendere le regole, i modi e i metodi di questa nostra democrazia. Naturalmente, con le modeste forze che mi riconosco.

Che cosa ricorda della sua patria d’origine? E com’è cambiata, nei decenni?

SR Il mare, sempre il mare. La costa dalmata, le sue isole, il profumo della lavanda, alcuni piatti tipici, alcuni vini, parecchi scrittori che non si dimenticano: Andric, Kis, Albahari, Pistalo… alcuni di essi li ho conosciuti di persona. Un tempo era Jugoslavia, unita, ora, come scrive in uno dei suoi libri David Albahari, “sono sette nani”.

Quei regimi che governarono una vasta parte dell’Europa, a oriente, tra la fine della seconda guerra mondiale e il 1989 sono caduti. Noi liberali d’occidente abbiamo CELEBRATO quella caduta e l’abbiamo chiamata “liberazione”. Ora le chiedo: c’era qualcosa di buono in quei sistemi? In quei modelli sociali? Avevano qualcosa che possa essere rimpianto?

SR Parlo della Jugoslavia, che conosco bene. Sì, da rimpiangere c’è sicuramente la teoria, più che la prassi dato che le condizioni del paese non erano tali da realizzarla compiutamente, dell’autogestione. Piero Bassetti, con cui collaboro da anni, mi ha spiegato che persino le industrie Bassetti, negli anni Sessanta dello scorso secolo, si cimentarono con l’autogestione del processo produttivo, ovvero con la partecipazione degli operai alle decisioni dell’azienda per cui lavoravano. La Jugoslavia, sotto la dittatura di Tito, perché effettivamente si trattò di dittatura, seppure soft e molto più “liberale” di quelle dei paesi d’oltre cortina di ferro, fu un paese multietnico, e tutto sommato quell’esperimento riuscì. Il frazionamento, con la rinascita di nazionalismi e razzismi vari, ha portato il paese a retrocedere di decenni nello sviluppo sociale e civile. Oggi si assiste, finalmente, a una sorta di pacificazione nella regione ex jugoslava con molti e proficui scambi economici e culturali. Non più un paese unito ma un’area di interesse in comune. Se son rose fioriranno… Consideri, comunque, che la caduta della Jugoslavia, secondo l’acutissimo sociologo Aleksandr Zinov’ev, è stata orchestrata dalle forze della globalizzazione. Un’analisi interessante, da prendere in considerazione e su cui riflettere.

Esclusiva di Ticinolive, riproduzione consentita citando la fonte