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Intervento di Martinelli - 1 agosto 2013

Primo agosto 2013

Intervento di Martinelli a Faido

Desidero innanzitutto ringraziare il Sindaco, il Muncipio di Faido e voi tutti per avermi  invitato a parlare in occasione di questo primo di agosto alla vigilia dei miei 80 anni. Non è un ringraziamento di circostanza: qui a Faido, in un appartamento dell’ex hotel Suisse di fronte alla Stazione dal 1940 al 1946 ho passato le vacanze estive con il nonno paterno e ho vissuto le mie prime Feste nazionali. I tempi oggi sono molto diversi, ma la cerimonia di allora era quasi identica a quella di oggi. Ricordando un vecchio film di Bergman degli anni sessanta, Faido, la sua piazza, le sue strade, la pineta sono rimaste un po’ il mio “posto delle fragole” . Un posto dove torno spesso, dove ho costruito casetta di famiglia in montagna (adesso Molare è Comune di Faido) e venirci in questa veste particolare 70 anni dopo gli anni della mia infanzia mi riempie l’animo di ricordi e di emozioni.
Negli anni quaranta ero un bambino nato in Svizzera, di nazionalità italiana che si sentiva metà svizzero e metà italiano. La naturalizzazione seguì a 16 anni. Dopo 11 anni trascorsi a Milano, la conclusione degli studi al Politecnico di Zurigo determinò la mia scelta definitiva della Svizzera come luogo di residenza, di lavoro, di impegno pubblico, di affetti. Questa scelta non mi ha fatto dimenticare le mie origini italiane. Conservo un bel ricordo degli anni trascorsi a Milano e gratitudine per quello che l’Italia ha dato al mondo della cultura, della tecnica e (sembrerebbe incredibile) anche della politica (ma bisogna risalire a Macchiavelli che tra l’altro lodò la Svizzera dei suoi tempi e a Guicciardini). Conservo simpatia per quel paese con il quale condividiamo la lingua, una parte importante della cultura, abbiamo interessi comuni e dove affondano le radici per origine e/o per cultura di molti ticinesi compreso quel grande ticinese al quale è dedicata questa piazza, Stefano Franscini, ( in gioventù studiò e insegnò a Milano per una decina di anni stringendo amicizia tra gli altri con Carlo Cattaneo). Nel contempo ringrazio la sorte che, alla fine, mi ha portato a vivere in un paese a ragione lodato da molti per i suoi meriti e la sua qualità di vita e nel quale erano emigrati i miei nonni all’inizio del secolo scorso.

Gli anni dal 40 al 45 furono gli anni terribili della seconda guerra mondiale. La Svizzera era circondata dalle potenze dell’Asse che sembravano prevalere. Penso spesso che chi,  in quegli anni, aveva la mia età di adesso, poteva disperare del futuro dell’Europa. Invece non fu così perché in molti seppero reagire e questo dovrebbe insegnarci qualcosa.   Dobbiamo grande riconoscenza a tutti quelli che, anche da noi, in quegli anni bui, seppero difendere non solo la nostra indipendenza, ma anche i nostri principi di stato di diritto, di libertà e di democrazia. A tutti quelli che  si opposero con convinzione alle idee naziste e fasciste rischiando nel caso di una non impossibile invasione tedesca la propria vita. Non tutti lo fecero, ma lo fecero la maggioranza della classe dirigente e la grande maggioranza della popolazione (soprattutto in Ticino secondo il rapporto Bergier) . Come dobbiamo riconoscenza a chi riuscì a infondere nella popolazione la volontà (e cito) “ di preservare con una resistenza incondizionata tutto ciò che sentiamo come indissolubilmente svizzero. Vale a dire l’indipendenza, la democrazia, il federalismo e la neutralità.” Erano le parole pronunciate dal gen. Guisan sul praticello del Grütli il primo agosto del 1940.
Gli ultimi anni della guerra furono forse gli anni più difficili per la difesa dei nostri confini, per i compromessi che il Consiglio federale ritenne di dover fare per evitare l’invasione tedesca. Un pericolo tutt’altro che teorico che poté essere sventato anche con la minaccia, in caso di invasione, di far saltare le gallerie della linea del Gottardo attraverso le quali erano passati in un primo tempo convogli  carichi di materie prime verso l’Italia e, dopo la resa dell’Italia nel 1944, di impianti industriali sequestrati dall’Italia e spediti in Germania. Ricordo molto bene quei lunghi convogli che passavano davanti alla stazione di Faido.
Per favorire lo spirito di resistenza del popolo svizzero si fece molto uso in quegli anni dei miti fondatori della Confederazione e della leggenda di Guglielmo Tell trasformata in storia. Un “storia” che è stata descritta nel dramma di Schiller (che è famoso, ma che confesso di non aver mai letto) e messa in musica da Gioacchino Rossini in un opera della quale come molti altri conosco solo la celebre ouverture, e le tre note che caratterizzano il segnale acustico dei nostri postali. Una storia che, per la semplicità e la condivisibilità del suo messaggio , in quei momenti difficili era diventata opportunamente il collante dell’identità nazionale di tutti gli svizzeri. Credo infatti che nessuno in quegli anni avrebbe osato dire che Guglielmo Tell non era mai esistito e che una storia svizzera esisteva solo a partire dal 1803 o, meglio ancora, dal 1848, perché prima caso mai vi sono 26 storie diverse di 26 Cantoni.
Raffaello Ceschi, lo storico ticinese recentemente scomparso, fa notare tra l’altro come sia sorprendente che le narrazioni sulle origini della nostra patria assegnino la centralità al mondo contadino benché il ruolo prevalente sia stato quello degli interessi delle grandi città, Zurigo e Berna in particolare, legati al transito alpino. Come sia sorprendente che ancora oggi la popolazione in grande maggioranza urbana, continui a celebrare gli antichi riti della rusticità (i falò sugli alpi ad esempio). E infine come sia sorprendente che questi riti, che appartenevano alla Confederazione degli 8 Cantoni di matrice tedesca (una “deutche Nation”) siano poi stati adottati con naturalezza dalla parte francese e dalla parte italiana.
Oggi in definitiva in Ticino come in molti altri Cantoni,  festeggiamo un mito che non abbiamo contribuito a creare e una storia che giustamente  abbiamo fatto nostra perché ne abbiamo assorbito i valori, ma che non è stata la nostra. Con una eccezione, quella della Leventina,  già alleata con Blenio contro ogni signoria esterna al tempo del patto di Torre molto prima del patto del Grütli, e che  condivise con il Canton Uri, più come alleato che come baliaggio, la responsabilità della gestione del passo del Gottardo. Ma soprattutto i  leventinesi  furono  determinanti per la vittoria dei Confederati nella battaglia di Giornico del 1478, e non è poca cosa. In quella occasione 400 leventinesi  assieme a 150 confederati, con audacia e furbizia, misero in rotta 10.000 milanesi del Duca Gian Galeazzo Sforza. Da allora i milanesi sono tornati in Leventina solo come ospiti dell’hotel Milano. Un episodio incredibile vista la sproporzione delle forze in campo, che è storia e non mito, che è gloria locale e che ben si ricollega, per determinazione e modalità, a quel mondo rurale e a quella rusticità che fanno parte dei miti fondatori del nostro paese. Un episodio che purtroppo gli urani dimenticarono quando nel 1755 fecero decapitare in questa piazza ,senza ragionevole motivo, tre personalità  della Regione che era insorta in modo incruento contro la volontà di Uri di limitarne i diritti precedentemente riconosciuti. Uno dei tanti episodi sanguinosi tra futuri confederati negli oltre 500 anni di gestazione della Confederazione (poi ci meravigliamo dell’Europa). Resta il fatto che la Leventina per ubicazione, interessi  e spirito  è una delle regioni più direttamente legate alla storia svizzera dalle origini all’atto di Mediazione.

Ma il richiamo ai miti fondatori del nostro paese contiene anche una insidia evidenziata con efficacia in un intervista dal direttore della nostra Radiotelevisione Roger de Weck. “Nella storia svizzera – dice Roger de Weck - ci sono due tradizioni alpine. Quella dei passi alpini come luoghi di transito e di commerci fra Nord e Sud, dell’apertura al mondo e quella delle Alpi come fortezza che ci protegge dalle follie europee. La storia svizzera è uno scontro tra queste due tradizioni. la tradizione di una economia elvetica che è la più globalizzata al mondo, che è volta all’internazionalismo economico entra talvolta in conflitto con gli storici riflessi di chiusura. Quando l’Europa entra in crisi – conclude Roger de Weck -  il nostro paese ne è colpito economicamente, politicamente e umanamente.”
La Svizzera fa parte della storia europea e anche tutto ciò che “sentiamo come indissolubilmente svizzero” (indipendenza, democrazia, federalismo e neutralità) è in parte un prodotto della cultura europea (penso al cristianesimo, al rinascimento e all’illuminismo e allo sviluppo del concetto di dignità della persona umana) e della politica europea (penso al ruolo affidato alla Svizzera di garantire il transito tra Nord e Sud, al trattato di Friborgo dopo la sconfitta di Marignano con il quale la Francia impose alla Svizzera la neutralità armata, al trattato di Vestfalia dopo la guerra dei trent’anni e  all’atto di Mediazione di Napoleone che trasformò definitivamente la Svizzera da Confederazione in Stato federale e il Canton Ticino da baliaggio a Cantone libero). Infine anche la nostra economia e la nostra popolazione sono in parte un prodotto europeo se pensiamo a quanto dobbiamo all’immigrazione per il nostro sviluppo economico e culturale, per compensare il basso tasso di natalità, per contenere l’invecchiamento della popolazione e quindi persino per la salvaguardia delle assicurazione sociali. Chi ha descritto i frontalieri come topi che rosicchiano il nostro formaggio ha dimenticato  che parte della ricchezza che i frontalieri producono in Ticino resta in Ticino altrimenti non verrebbero chiamati. Quindi caso mai il formaggio sono loro a portarlo qui. Certo anche per l’immigrazione come per ogni realtà e ogni cambiamento esistono  aspetti negativi che vanno indagati e che bisogna cercare di governare, ma senza dimenticare che il saldo dell’immigrazione per la Svizzera  e per il Ticino è enormemente positivo.

Il messaggio con il quale intendo concludere questo intervento, in una occasione che è di festa, ma anche di riflessione è quello di evitare la chiusura, l’arroganza, la sopravalutazione delle proprie capacità e una sottovalutazione delle capacità degli altri. E soprattutto di evitare di rallegrarsi per le disgrazie altrui perché servirebbero a dimostrare che noi siamo i più bravi.  Restiamo disponibili, aperti nel cuore ancora prima che nella testa. Restiamo pragmatici, cioè manteniamo l’ atteggiamento di chi considera solo ciò che è realizzabile in un dato momento, ma scegliamo con cura a quali obiettivi vogliamo portare il nostro contributo perché li consideriamo obiettivi realizzabili. Facciamolo come governanti e come popolo. Popolo che, dopo 165 anni di democrazia partecipativa, ha raggiunto un livello di autonomia e di maturità politica a volte sorprendenti. Esercitiamo la nostra libertà di scelta, come suggerisce Norberto Bobbio, “ con la consapevolezza di ciò che ci sembra necessario”: per esempio difendere e promuovere il benessere, la qualità della vita e la dignità di tutti gli abitanti del nostro paese, favorire la pace e i diritti fondamentali di donne e uomini nel mondo, difendere l’ambiente, favorire – pur dall’esterno – la nascita di un’ Europa coesa e federale, governare la globalizzazione evitando di lasciarla al libero gioco del capitalismo finanziario, favorire la concorrenza e il merito, favorire un’equa ripartizione delle risorse e delle opportunità anche con la giustizia fiscale, combattere la fame nel mondo, garantire il rispetto delle regole come premessa di una giustizia uguale per tutti.
Scusate se è poco, ma in un giorno di festa penso che anche a un pragmatico sia consentito sognare.